L’esperienza della morte nella formazione del terapeuta relazionale
L’esperienza della morte nella formazione del terapeuta relazionale

 di MARIA LUISA CAMPOBASSO

INTRODUZIONE

Diversi anni fa, cogliendo lo spunto di una relazione che mi era stata affidata da Maurizio Andolfi in un importante convegno dell’ Accademia intitolato “Le perdite e le risorse in terapia familiare” mi trovai a riflettere sul tema dal punto di vista sicuro e distaccato della formatrice. Era il 2002, i miei genitori erano ancora entrambi in vita, io nel pieno delle forze e delle energie con i miei due figli studenti in casa, con la sicurezza ancora non intaccata di una appartenenza professionale solida. Molte cose sono cambiate da allora. Posso dire metaforicamente che oggi molte parti di me sono ‘morte’ (e di alcune sto ancora elaborando la perdita) e io, superati i sessanta anni sono indubbiamente invecchiata. Ciononostante  io mi sento più viva. Più viva e più presente nell’imparare dalla morte il senso della vita.  Nella perdite, anche molto dolorose, che ho subito, riconosco uno strumento essenziale del ritrovamento di me come persona e come terapeuta. La qualità nuova dell’energia che in questo percorso ho ritrovato non me ne fa rimpiangere la perdita in termini di mera quantità. Ho lavorato con molte persone che hanno subito lutti importanti, con pazienti affetti da cancro o da patologie con prognosi infauste, lavoro tutt’ora in ospedale offrendo una consulenza psicologica a pazienti affetti da ipertensione arteriosa polmonare e alle loro famiglie, ultimamente sto avviando incontri con i figli rimasti orfani, con i medici amorevoli e tenaci, rimasti impotenti al fallimento delle loro cure. Insomma incontro sempre più spesso è sempre più da vicino la morte e imparo sempre di più a riconoscerne la potenza nel mandare in frantumi l onnipotenza di chi è deputato a combatterla. Guardando la letteratura vedo che la morte  è un tema di scrittura della maturità. Andolfi stesso ha scritto uno splendido libro in proposito con la spinta dei sessanta anni e Yalom, che pure di recente (credo alla soglia degli ottanta anni)  ha dedicato all ‘argomento un bellissimo libro, nota che l ‘atteggiamento nei confronti della morte cambia sostanzialmente nelle varie fasi del ciclo di vita. I bambini piccoli non possono non notare il manifestarsi della mortalità in cose, persone,animali. Ne chiedono ragione ai genitori e imparano a seguirne l’ esempio, difendendosi dall’angoscia della perdita negandola o spostandola. Dopo i sei anni c è il periodo di latenza della sessualità e aggiunge Yalom della angoscia di morte che resta sullo sfondo. Dopo, con l’adolescenza, la morte erompe angosciando i giovani con idee suicide, con la violenza reale o virtuale, con sfide temerarie. Con l’ inizio dell’ età adulta i compiti di metter su famiglia e di realizzarsi professionalmente spingono da parte l ‘angoscia di morte’ che risorge imperiosa nella mezza età alle prime avvisaglie di limitazioni fisiche e al prospettarsi della fine della professione.

Naturalmente ci sarebbe da chiedere – e forse non a caso, a segno del persistere dell’interesse per questo argomento, questo è l’ argomento della mia tesi di dottorato – come vada ricadenzato e ridefinito questo ciclo di vita alla luce del nuovo panorama sociale con la dilatazione dei tempi dell ‘adolescenza, l’infinita precarietà lavorativa, il tabù della ‘vecchiaia’.  Certamente la possibilità di reggere il confronto con la perdita , di incontrare i propri limiti e superare l’ onnipotenza senza sprofondare nell’impotenza è la cifra della crescita professionale di un terapeuta e della sua maturazione personale. Ricordo una delle prime mie pazienti venne a chiedere aiuto per affrontare la morte del figlio adolescente avvenuta in un incidente con il motorino. Ero appena divenuta madre e fresca diplomata in terapia familiare. Sapevo che avrei dovuto

e potuto trovare in me e nella mia formazione le risorse per rispondere al grido di aiuto di quella madre, ma non me la sentii e la inviai a uno dei miei didatti ritenendo l’impresa troppo ardua per me. Piansi a lungo piena di sconforto dopo quell’ incontro: di cosa parlavano quelle mie lacrime? Del dolore della insostenibile perdita di un figlio per quella mamma e per la mamma che ero appena diventata, delle mie angosce di perdita e soprattutto della delusione collegata all’ impotenza per la prima volta sperimentata nella mia professione. L’incontro con quella paziente mancata mi è rimasto impresso per anni e ha rappresentato la spinta per tanto lavoro su di me che anni più tardi mi ha permesso di offrire un valido aiuto a una famiglia devastata dal suicidio del ragazzo adolescente. In un video di Andolfi che veniva intervistato sulla sua vita personale e professionale ho capito che la morte è la migliore insegnante della scuola di vita. Mi ha profondamente segnato la semplicità e l’ autenticità con cui Maurizio parla nell’intervista di come la sua vicenda umana e professionale si intrecciano su questo punto: potrei dire che da lì si è aperto nella mia vita uno di quei “cerchi nell’acqua” di cui parla Yalom riferendosi all’arricchimento che si riceve da qualcuno che avvia un ulteriore passaggio ad un altro. Ispirata dall’idea di avviare altri cerchi con la riflessione su questo tema, torno quindi a interrogarmi riproponendomi la domanda con la quale aprivo la relazione al convegno dell’ Accademia: in che senso la morte può e aggiungerei deve entrare nell’esperienza formativa di un terapeuta della famiglia?

LA PAROLA AGLI PSICOTERAPEUTI IN FORMAZIONE

Proposi questa domanda agli studenti della sede napoletana dell’Accademia, in cui insegno: la ricchezza e la profondità delle riflessioni che essa ha stimolato in ciascuno degli allievi e nei gruppi mi ha convinto a mantenere anche in questo scritto questo particolare angolo visuale “dalla parte dello studente “.

A partire dalla esperienza vissuta, infatti, mi pare si possa cogliere con immediatezza e autenticità la valenza formativa e trasformativa dell’incontro con la morte -nelle varie accezioni con cui essa viene intesa- molto meglio che in una trattazione teorica degli obiettivi che astrattamente come scuola ci si propone. Si può verificare anche come questa esperienza sia per molti aspetti cruciale nella formazione di uno psicoterapeuta. Ringrazio tutti gli studenti per lo sforzo compiuto di ripercorrere a ritroso il cammino fatto in questo ambito.

I punti che sono stati messi a fuoco nella nostra riflessione sono i seguenti:

1) La morte come fase del ciclo di vita individuale e familiare. Insegniamo agli allievi a “lasciare andare i propri morti”, a separarsene per sperimentare un autentico sentimento di appartenenza e poter proseguire nel percorso personale di individuazione e differenziazione.

2)La morte in senso metaforico: la formazione in quanto “trasformazione” implica fare i conti con tante piccole morti: con la perdita di alcune parti di sé perché altre possano nascere e dare vita alla identità di psicoterapeuta.

3) La morte in senso reale: la perdita di una persona cara durante il percorso formativo, la forza del gruppo la possibilità di vivere  la morte

4) A questo possiamo aggiungere la considerazione che il il gruppo di formazione é “a termine” , finisce e che talvolta qualcuno “termina“ prima, lasciando la formazione anzitempo.

L’INCONTRO CON LA MORTE IN FORMAZIONE

 Per trattare questo primo punto vi porto subito nel vivo di un incontro di formazione.

Il gruppo é quello di un terzo anno, Perché sottolineo questa dimensione temporale? Perchè dalla mia esperienza didattica ho appreso che per poter parlare di morte occorre tempo.

Non parlo solo del tempo cronologico, di quello misurabile che scorre linearmente e si manifesta con le sue scansioni, prima, durante, dopo. La dimensione cui alludo è quella soggettiva e relazionale in cui il tempo si ferma ripiega su di sé,  apre inquietante uno squarcio sull’eternità: i greci avevano un altro termine per indicare questo tempo: aion  . Per poter approdare a questa dimensione che paradossalmente é intemporale, dove un istante può dilatarsi fino a divenire eterno, bisogna contare sulla presenza dell’altro. L’apertura alla dimensione inquietante ma feconda in cui ci si permette di affacciarsi all’ignoto, al non-familiare appunto, sopportando la vertigine che spesso ne deriva,chiede di potersi ancorare alla sicura base dell’appartenenza al gruppo.

Il gruppo deve aver raggiunto in altre parole quella intimità che viene dal condividere la propria esperienza di vita e soprattutto la propria storia famigliare.

Nellincontro precedente una famiglia aveva portato in terapia la sua impossibilità di separarsi da un padre “importante”, morto da ben nove anni ma ancora tanto presente da essere immediatamente “sentito” dal terapeuta e dal gruppo dietro lo specchio, più presente dei presenti, forse unico vivo tra morti viventi e sopravvissuti.

Si era parlato di questa fase del ciclo di vita della famiglia così misconosciuta nella sua importanza vitale: si é parlato allora di ‘lasciare andare i morti’, seppellirli come nei miti epici per poter trovare nel radicamento in quel terreno l’humus per continuare la crescita, mettere a frutto la nostra vita e quindi dare senso e compimento anche alla vita di chi ci ha lasciati.

Inevitabile per i componenti del gruppo,  il rimando al “familiare”,    Il compito a casa che ne era venuto -da cui il gruppo oggi é reduce- è quello di scrivere una lettera a quello fra i familiari con cui si sente di aver qualcosa di irrisolto, quello che non si è ancora, appunto, lasciato andare.

Caro papà,

(comincia Cinzia, e il brivido della vertigine percorre rapidissimo il gruppo, tutti sappiamo che il padre di Cinzia é morto da tempo all’improvviso, in un incidente d’auto mentre raggiungeva la casa nuova che aveva appena completato e che realizzava il compimento di una vita di duro lavoro. Regna il silenzio nel gruppo, é un silenzio pieno di ascolto, pieno di pudore)

Ecco la tua figlia affrontare anche questo cimento il più difficile forse da quando mi hai lasciato. Ma non sono forse sempre la tua figlia  “forte e coraggiosa”? così mi volevi fin da quando sono nata,prendendo il posto di quel maschio tanto atteso che avrebbe dovuto emularti e garantirti continuità in questa terra. Mi sono sforzata di esserlo mentre tu eri vivo, ti ricordi l’operazione di appendicite ti fece i complimenti anche il dottore meravigliandosi di come una ragazzina potesse essere così coraggiosa. Ma ho fatto di tutto per restarlo anche quando tu te ne sei andato e mi hai lasciato sola. Ho cercato di realizzare io quelli fra i tuoi sogni che era possibile realizzare.

Ho fatto -come poi ho capito qui il questa scuola- da marito a tua moglie consentendole di restare la moglie-bambina che era stata per te, Ho paganto bollette, conti, mutui; mi sono occupata io di tutto perché lei non si dovesse preoccupare o… perché non potesse crescere, invecchiare e anche lei morire, lasciarmi. Quanta onnipotenza! Quanto é stato duro papà accettare quello che i miei insegnanti, i miei compagni mi dicevano: che il mio darmi tanto da fare era al servizio di un ego che non volevo lasciar morire……Piango e sono felice di poterlo fare io che appena accennai al funerale a cacciare fuori una lacrima venni rimbrottata da zia “Tu sei una quercia non puoi cedere tu” … Piango e sento oggi la bambina sperduta che quella forte e coraggiosa non aveva la forza e il coraggio di incontrare. questa non può ancora fare a meno di te, non ti vuole ancora “lasciare andare” . Ora che ho scoperto la mia fragilità posso dirlo: ho ancora troppo bisogno di te, forse ho troppa paura di morire….

Cara mamma, continua il giro, é la volta di Serena, quando Simo mi ha chiamato a Stromboli sapevo già che il tuo cuore aveva ceduto, che non ce l’avevi fatta. Il mio cuore aveva cominciato a battere all’impazzata e avevo saputo….Forse lo sapevi anche tu che sarebbe successo perciò hai insistito tanto che andassi, che ero stanca, che avevo bisogno di riposo. Ma continuo a farmi domande quando la cosa più semplice sarebbe occuparmi di vivere! E’ assurdo! Quanto tempo ho perso perché semplicemente non riuscivo a dirmi che non potevo fare niente per evitare che tu morissi, non sarebbe valso certo a tenerti in vita rinunciare alla mia vacanza. accettare i propri limiti, riconoscere le proprie responsabilità e quindi uscire dall’onnipotenza della colpa: questo ho capito nella lezione di vita che mi é venuta qui quando ho cominciato a “comprendere”  che tu sei morta. Sto imparando a conoscerti profondamente adesso che non ci sei più Il mio viaggio in questo senso é appena cominciato e non ti nascondo che desidererei poterti chiedere tante cose… mi manchi … Un giorno spero di poterti dare la pace che meriti di “lasciarti andare”? Ci sto provando e so che la tua pace sarà anche la mia. Pace per quello che mi hai dato, e per quello che non mi hai dato mai… Mi hai regalato la vita e voglio imparare a viverla nel qui ed ora ed é il regalo più grande che tu potevi farmi. Ti voglio bene.

Cinzia,Serena piangono. E bello poter piangere sentire il dolore espandersi e circolare e alfine farsi più leggero. E’ bello che  le lacrime possano scorrere e portar via orgoglio, colpe, falsità, avendo trovato orecchie e cuori aperti a sentire quanto si voleva dire a chi non é più qui ad udirle. Ciascuno rivive il proprio dolore e quello degli altri componenti del gruppo e questo se da un lato lo amplifica e lo  contiene e ne svela le potenzialità in termini evolutivi. Acquisita una forza vera, quella che viene dalla consapevolezza dei propri limiti e non dalla loro copertura sotto una corazza, gli aspiranti terapeuti possono apprendere a dialogare interiormente con i propri cari scomparsi che permetterà loro di vivere il lutto cioé la perdita e paradossalmente di ritrovarli. Possono anche “formarsi”, trasformando le proprie paure, ad incontrare quelle dei propri pazienti, togliendosi la maschera del distacco professorale.

Comprendendo la morte, ci si trova di fronte a se stessi alla propria vita ne viene potente la spinta a viverla con quella presenza che permette, come scrive Marie De Hennezel, di ascoltarne il fruscio e assaporarne ogni istante.

Quel personaggio i cui abiti ho indossato con l’illusione di guadagnarmi così la vita nel copione familiare si rivela persona cioé maschera e può morire. E’ così che da un contatto vero con la morte non possiamo che divenire più essenziali ed esserne trasformati: di fronte alla morte tutto ciò che faceva da schermo diventa insignificante, nella calda accoglienza del gruppo si può rivelare senza più timore di giudizio la propria carenza, la propria miseria.

LA MORTE COME METAFORA

il secondo punto della riflessione che abbiamo avviato sul rapporto morte-formazione. La morte in senso metaforico. Ancora una volta cito le parole di un allievo; questa volta si tratta della tesina di fine biennio. … Scrivere questa tesina per me é stato molto difficile…Dietro ogni frase che fissavo sul foglio altre cento premevano per essere trascritte, per nascere e dovevo rinunciarci. Rinunciare ad essere bravo, il migliore, “er più” Che fatica! Sono un medico, addestrato all’onnipotenza; per adempiere al mandato familiare devo sfidare la morte che già si à portata via tante vite nella mia famiglia.  Ho tanta difficoltà a far morire una mia frase figurarsi un aspetto così centrale del mio essere nel mondo? IL MIO EGO SI RIBELLA E NON VUOLE MORIRE HA PAURA DI PERDERE ma so anche che se non perdo questo perdo TUTTO.

E un’altra lettera,questa volta indirizzata a me da un’allieva a fine del biennio formativo.

Stromboli 16 agosto

Cara Maria Luisa

oggi ho bruciato nella lava del vulcano quello che tu hai chiamato, ironicamente, il mio contratto a tempo indeterminato come “terapeuta dilettante” della mia famiglia. Ho capito quello che mi dicevate sull’importanza personale che non mi permette di prendermi neanche una vacanza in vacanza… Sono finalmente disoccupata. Forse potrò cominciare a pensare di diventare una terapeuta professionista.

Diventare una professionista terapeuta della famiglia significa rinunciare alla parte dilettante e onnipotente che si nutre dell’illusione di poter salvare la propria famiglia,  mediare i conflitti, negare i problemi, guarire gli handicap o le malattie: in breve prendere sulle proprie spalle la famiglia.  Un bel fardello, una pesante zavorra. Il sogno di libertà passa per l’incontro con la “morte” che questo carico vale invece, illusoriamente, ad evitare.

Rivivere il proprio dolore trovando nel contenitore più ampio del gruppo il modo di riappropriarsene é un passaggio necessario per poter vedere e incontrare il dolore della famiglia in terapia e aiutarla a scoprire le proprie energie per superarlo invece che caricarselo al suo posto.

Ma il percorso formativo é punteggiato da piccole morti talvolta gioiose: “ho smesso di fumare! Non mi serve più!” talvolta necessarie “Mi sono lasciata con il mio ragazzo… era un rapporto finito, non aveva più senso!” sempre funzionali alla crescita “andrò a vivere per conto mio!”, ho dovuto lasciare il lavoro: inutile continuare” E’ interessante come sia chiaro talvolta il collegamento tra la chiusura di una vicenda, sentimentale, affettiva, lavorativa e l’esperienza del genogramma: quasi come se raccontare la propria vita possa significare darle forma, conferirle un senso e come se una volta concluso il racconto la “persona” possa morire.

Luisa “Sono stata tramortita circa un mese dopo il mio genogramma. Tu vivi 30 anni e più con una forma appiccicata addosso e credi che sia l’unica possibile. Un giorno ti svegli e scopri che si può togliere, fa un dolore cane ma ti si stacca da dosso e …é incredibile!”La guardo negli occhi commossi ma vivi e luminosi.

VIVERE LA MORTE

talvolta l’incontro con la morte nel corso della formazione é reale e non metaforico:

Alfredo non c’è qualcuno del gruppo da l’annuncio: é morta la madre solo tre giorni fa. Era malata da tempo, Alfredo ce ne aveva parlato a lungo nell’ultimo incontro serenamente, consapevole del compito di accompagnamento che gli toccava, avendo dismesso da tempo il camice di medico al capezzale dalla madre,  rinunciando a tutte le strategie difensive di cui quello era strumento.

Il gruppo si attiva, combatte comprensibilmente con il “fare” per non sentire l’angoscia. C’é chi pensa al funerale, chi al telegramma, chi ai fiori da mandare. La porta si apre ed entra inaspettatamente Alfredo: composto, tranquillo. Il gruppo ha un evidente momento di sgomento che però si scioglie subito. Alfredo dice che sa di aver infranto un tabù esponendosi con una ferita così fresca da essere ancora sanguinante. Ma così sentiva di fare, voleva stare con noi. Due minuti di caos, abbracci, baci, ripristinano il primato della vita cioé del disordine. Lascio fare, so che quel rumore serve a ciascuno per esprimere più liberamente le proprie emozioni. E’ un paradosso noto: un clima di effervescenza e di diversione serve ai parenti dei defunti come involucro protettivo per aprire senza troppi rischi le porte della propria intimità e questo è vero anche per i compagni del gruppo dove ciascuno può esprimere quello che prova. Dopo un pò il gruppo si ricompatta, si può sopportare il silenzio ora.  Rosa si dice sconvolta e ammirata, lei non é riuscita a venire a scuola che dopo due mesi dopo la morter del padre. Alfredo si schernisce: “ho solo bisogno di stare con voi”. Ci parla teneramente di una “morte dolcissima” il mio pensiero va alla mamma di Simone de Beauvoir ma, come per la madre della famosa scrittrice non per questo meno sofferta e dolorosa. Alfredo ci dice delle sue angosce di padre che aveva studiato sì Bowen e ripassato il capitolo sulla utilità della partecipazione dei bambini all’esperienza della morte di una persona cara ma si é sentito confuso quando si é trovato tutto il parentado contro nel proporre la visita allla nonna morta da parte delle sue figliolette. Racconta con una punta di rimpianto di non aver potuto concedersi il tempo che avrebbe voluto per separarsi dal corpo fisico della madre e di essere stato distolto dai suoi obblighi di figlio, per giunta medico. Ma poi si chiede se in verità lo considerava importante quanto in passato.

La sua relazione con la madre era stata così intensa e di qualità, abbandonata ogni pretesa di accanimento terapeutico e di sconfinamento di ruoli, che egli  si dice grato alla vita di avere avuto il dono di comprenderla per tempo e di salutarla. Si raccoglie in silenzio e nel suo sguardo c’é tristezza ma anche forza. La forza di chi sta vivendo un dolore indicibile senza sfuggirlo. Glielo rimando e riconosce con un certo orgoglio ma con semplicità “la forza dell’amore” e la voce gli si riempie di commozione.  . Nella tesina che a fine d’anno dedicherà a questo argomento (sul vivere e morire)una lunga riflessione riguarderà quel trattino che collega vita-morte- morte-vita: un trattino che sta per relazione, relazione, anche quella psicoterapeutica, che é efficace se permette talvolta di lasciare morire cito: “ Muore lo stato d’animo negativo, muore il pensiero ossessivo, muore il comportamento ripetitivo…Oggi sono stato al cimitero: ero sulla lastra di marmo n. 38 sotto la quale mamma é sepolta. Ho sentito una profonda connessione con la terra dove il corpo di mamma é ritornato…ho sentito un profondo affetto.

Come albero radicato nel terreno in cui affonda le radici e da cui trae linfa vitale Alfredo racconta di come si é sentito intensamente vivo, impegnato a vivere e riconoscente della vita che la mamma sotto i suoi piedi le aveva donato.

UNA FORMAZIONE A TEMPO

Ultimo spunto di riflessione: siamo a termine, la terapia é a termine e così anche la formazione ha un suo tempo. Questo funziona come limite e come tale deve poter essere incontrato e utilizzato. Usare il tempo della formazione, fare il “salto” che permette di passare attraverso l’incontro con l’intemporale mondo delle emozioni, a vivere in una prospettiva temporale dove non la meta é importante ma il cammino, é di per sé un obiettivo formativo importante ed é indice di un incontro fecondo con la morte. La luna di miele caratteristica degli inizi del gruppo vale a creare quella fusione dell’io con il noi che funziona come antidoto alla angoscia di solitudine e di morte di ciascuno. Proprio per questo deve potere finire. Qualche volta questo limite viene temuto tanto da generare attacchi al gruppo di uno o più dei suoi membri. Sono i turn-point: momenti cruciali in cui o si osa il salto o si molla la presa e si torna indietro. Ne é irto il percorso formativo specie quando, deposta l’armatura, messo nudo l’essenziale si é in bilico affacciati sull’orizzonte delle infinite possibilità del proprio essere,  é morto un ego ma ne vuole spuntare un altro. E’ facile vivere in questi istanti il senso di un tradimento di un’offesa, di un abbandono da parte del gruppo, di un’incomprensione del didatta….In realtà ci si ritrae spaventati perdendo quella opportunità che é stata data di prendersi il rischio della propria vita. Lo scenario si richiude, ci si fa una ragione che lo ricompatta, ci si ancora al primo pretesto concreto (le difficoltà di lavoro, il tempo, i soldi…) che non manca mai e si abbandona il percorso formativo.  La disponibilità del gruppo é anche  vivere questa perdita.

E’ chiaro che l’uscita dal gruppo di uno ha a che fare con tutto il sistema e la si soffre, la si interroga, ma non si può temerla né impedirla: il gruppo deve poter assumere la diversità.

L’impegno é ancora una volta quello di aiutare il compagno a uscire dalla porta senza imbrogliare senza imbrogliarsi. Non si accettano colpe, non si consentono colpevolizzazioni ma si assume il rischio, la responsabilità dei propri e degli altrui limiti

.A fronte di chi gioca d’anticipo e va via prima dalla formazione c’ è chi non vuole finire mai e cerca i modi di proseguire senza soluzioni di continuità la relazione didattica che lo blocca nel ruolo di chi deve sempre apprendere.

La formazione è a tempo e deve poter finire. Il termine ha una sua forza e spesso incute tanto timore che lo si nega. Allo stesso modo di come  si  è imparato a riconoscere i propri limiti e procedere a partire da quelli utilizzandoli al meglio, si impara col tempo  a prendersi il proprio tempo: a viverlo e utilizzarlo piuttosto che a combatterlo e contrastarlo. E’ vero che è a filo di vita -e di formazione- spiegato che si impara a pensarla non più in termini di anni ma di ore, e forse occorre scalare tutto  il ‘monte ore’ previsto per  vedere chiaro circa l’intensità che è possibile vivere in un istante.

Un istante  nel quale, come dice il filosofo(Biswanger) all’esistenza viene tolto il terreno sotto i piedi e si da la possibilità di un cambiamento che può venire dal trascendersi, verso l’alto con un’illuminazione liberatrice (la trans-ascendenza di Jean Wahl) o dal suo opposto dallo scendere verso il basso, “cadere dalle nuvole” dove possiamo esserci rifugiati nel vano sforzo di sfuggire la nostra natura mortale. Siamo in un certo senso costretti a cercare altri fondamenti per la nostra vita, perché quelli che le hanno dato stabilità in passato scoprono improvvisamente tutta la loro incertezza.

Separarsi bene è uno dei più importanti apprendimenti del percorso formativo. “la terapia finisce quando comincia” è uno dei primi insegnamenti di Andolfi che mette in guardia i terapeuti dallo stabilire legami interminabili. E questo avvertimento è implicito in tutta l’arco della formazione che deve creare legami di appartenenza ma non di dipendenza, deve contenere il limite della fine già nell inizio disegnandosi come un percorso verso la differenziazione. Il gruppo è laboratorio importantissimo per sperimentare relazioni di questa qualità sia con i compagni che con i didatti ed è occasione per riguardare l fibra di cui sono tessuti i legami delle proprie relazioni per ciascuno, correggendo rigidità e difficoltà, per costruire legami nuovi, solidi ma elastici che accompagneranno il futuro terapeuta per tutta la vita personale e professionale.

La fibra di cui è tessuto il legame di tale relazione è indubbiamente la gratitudine.

In proposito colgo l’occasione per chiudere queste brevi riflessioni con un grazie dal profondo dal cuore ai miei insegnanti e ai miei allievi che mi hanno aiutato a trovare il senso profondo della mia vita e del mio lavoro e con i quali mi auguro molti cerchi d acqua che si sono aperti continueranno e generarsi.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Andolfi, M D’Elia,A “Le perdite e le risorse della famiglia” Milano, Cortina, 2007.

Andolfi, M. “Come restituire competenza alle famiglie: un itinerario formativo difficile”, Terapia Familiare , 52, pp. 5-21 Novembre 1996.

Campobasso,M . Relazione al XIX Convegno Accademia di Psicoterapia della Famiglia“Le perdite e le risorse in Terapia Familiare”, Centro Congressi Università la Sapienza 3-4 /5/2002, Roma

De Beauvoir, S. “Una morte  dolcissima” Torino, Einaudi, 1966.

 De Hennezel, M. “La morte amica” Milano, Rizzoli, 1998.

Yalom, I. D. “Fissando il sole” Neri Pozza, Vicenza 2017.

 Kubler-Ross, E; “La morte è di vitale importanza”Milano, Armenia 1997.L’esperienza della morte nella formazione del terapeuta relazionale.

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